lunedì 20 agosto 2012

One way or another. Chapter 4



Giorgio mi lascia sfogare per qualche minuto poi rompe i miei sussulti.
'Entriamo in casa, ok?' chiede dolce. Non mi lascia nemmeno un secondo e lo ringrazio silenziosamente per tutto. Le mi gambe sono molli come gelatina e non sono certa di poter deambulare. Le sue mani sono intorno alla mia vita e sulla mia schiena, mi sorreggono. Sono li, dov' erano quelle di Ettore un momento fa. Mi sento sporca e questa sensazione mi fa singhiozzare di nuovo. 
'Elena, calmati, per favore' mi sussurra lui. E' fermo e padrone della situazione. Mi ha già visto in questo stato, eccome se mi ha visto. E mi ha salvato. Come un principe azzurro su un cavallo bianco che riesce a salvare la principessa rinchiusa sulla torre. Come un pompiere che salva la ragazza dalle fiamme. Come un medico che salva una vita, lui aveva salvato la mia.
Mi ha salvata da un deterioramento interiore lento e inesorabile. Ogni giorno, dopo la rottura con Ettore, una parte di me si perdeva in quel limbo di dolore e disperazione. Ogni giorno, da quando Giorgio è entrato nella mia vita, ho ricostruito me stessa. 


'Elena adesso basta. Sono passate tre settimane: non ho più intenzione di vederti piangere. Non una lacrima in più' urlò mia madre. Era finito agosto ed io l' avevo passato interamente a letto. A piangere. Avevo pianto così tanto da aver usato tutte le lacrime di una vita intera. 
Non riuscivo a calmarmi. Non riuscivo ad abituarmi al fatto che Ettore non facesse più parte della mia vita. E, per una serie di sfortunate coincidenze, dato che lui era diventato la mia vita stessa, era come se fossi... morta. 
Ogni respiro mi pesava sul cuore come un masso. Ogni volta che il mio cervello correva indietro negli anni, ai momenti felici con lui che erano stati spazzati via con un colpo di spugna, i ricordi mi trafiggevano come sciabole. Ogni ricordo era come un proiettile di amianto immerso nel veleno e sparato dritto in mezzo al petto: il dolore era insopportabile. 
L' unica cosa che mi faceva andare avanti era il pianto: cercavo di buttare fuori di me il dolore attraverso le lacrime. 
Mia madre si era sbagliata: non erano passate solo tre settimane; da quando avevo lasciato Ettore -credendo, così facendo, di liberarmi di lui e di non soffrire più- erano passati ventitrè giorni e una manciata d' ore. 
Ma il dolore non accennava a placarsi. Mi rodeva dentro come uno sciame di piccoli tarli che avevano cominciato a rosicchiarmi il cuore dai bordi. Senza di lui, ogni attimo durava ore e questo serviva solo a prolungare la mia agonia. 
'Elena, ti prego, basta' mi supplicava mia madre. Era diventato un tormento, per lei, vedermi così disperata; chiusa in quella stanza con le persiane abbassate. 
'Dimmi cosa vuoi che faccia? Vuoi che chiami Ettore? Che gli chieda di passare?' mi chiese ad un tratto. Si sedette accanto a me, sul bordo del letto dove mi ero rannicchiata settimane prima, e mi accarezzò i capelli sporchi di cinque giorni stretti in una treccia. 'Non capisco cosa vuoi: l' hai lasciato perché avevi esaurito le forze, perché con lui era diventata una lotta impari; ma allora perché fai così? Se stai peggio, torna sui tuoi passi. Riprovateci, per Dio... Non posso più vederti così, è uno strazio. Tuo padre non sa più che pesci prendere e, francamente, iniziamo a preoccuparci sul serio' 
Nella sua voce sentivo il tormento di una madre che non può far nulla per il suo cucciolo. La vedevo impotente e capivo bene che quello stato d' animo la uccideva. Mia madre, abituata a bacchettare tutti, sul lavoro e in famiglia, ad avere tutto sotto controllo con una soluzione istantanea ad ogni problema, in quel momento non sapeva che fare. 
Le sue parole, però, furono come un balsamo fresco sulle mie ferite. Mi costrinsero a rapportarmi con la realtà: volevo davvero tornare con Ettore? Ricadere in quel mare di incertezza e tormenti? E fu a quel punto che tutto divenne chiaro: non avevo intenzione di fare alcun passo indietro. Non avevo torto e la decisione di trocare quel rapporto di dipendenza, logoro e malconcio, era stata la migliore che io avessi preso. Nonostante amassi Ettore più della mia stessa vita, non potevo più stare con lui, non in quel modo. Lui per me era aria ma aria nelle vene: letale. 
Quattro settimane dopo quel pomeriggio ero su un volo diretto a New York, con un appartamento in affitto con altre tre ragazze sconosciute nel Lower East Side, a due passi dall' Empire State Building. Scappavo dalla realtà sperando di riuscire a ritrovare il mio posto nel mondo lontano da Ettore. I miei mi concessero un anno di pausa dall' università purché smettessi di piangere. Erano talmente contenti che avessi chiuso i rubinetti, che mi avrebbero permesso pure di andare sulla Luna o di unirmi ad una tribù africana per farmi fare le treccioline ai capelli.
Incontrai Giorgio nel bar dove lavoravo la sera. Un piccolo caffè sulla trentottesima con le vetrate grandi tinteggiate di verde e i divani di pelle logora color cioccolato. 
Il posto era lontano anni luce dagli scintillanti Starbucks, con gli utensili d' acciaio e il macina caffé ipertecnologico, o dai bar all' ultima moda di Soho o del Village ma era accogliente. Le pareti di legno scuro e il personale sorridente avevano reso quel posto un luogo sicuro e tranquillo nel caos della metropoli per eccellenza. Nessuno scriveva il nome degli avventori sui bicchieri di cartoncino perché non ce n' era bisogno: si conoscevano tutti. Le tazze sbeccate dietro la cassa, la macchina del caffè che ogni tanto faceva i capricci, il bancone di marmo beige: iniziavo a sentirmi finalmente parte di qualcosa che non contemplasse Ettore e il suo volere. Dopo quasi un mese li, tutte le sere dalle cinque alle nove, avevo ritrovato la mia routine. Piangevo ancora ma, quando mi addormentavo, non sognavo più niente. Ne incubi ne ricordi. I bordi della mia storia con Ettore erano ancora definiti, non era passato abbastanza tempo affinché sbiadissero, ma incominciavo a vedere uno spiraglio di luce, al quale mi aggrappavo con tutte le mie forze. Avevo cambiato numero di telefono il giorno dopo aver lasciato Ettore ed ero lontana anni luce da lui e da tutto ciò che potesse ricordarmelo. Mi fermai un secondo a pensare se lui avesse mai provato a contattarmi ma scacciai quella lucubrazione immediatamente.
Una sera di ottobre, un temporale senza paragoni si abbattè sull' isola di Manhattan che lentamente si svuotava dei turisti e si riappropriava dei suoi abitanti di ritorno dalla Florida o dagli Hamptons. L' acqua batteva violenta sulle vetrine del locale e il cielo era nero come se fosse mezzanotte, il momento più scuro della giornata. Lampi luminosi squarciavano le nuvole e illuminavano la città, seguiti da tuoni imponenti come il ruggito di un leone inferocito. 
Il bar era vuoto. C' eravamo solo io e l' altro ragazzo che lavorava con me; Chan, un ragazzo cinese che studiava ingegneria alla NYU. Solitamente rimaneva oltre la chiusura per battere cassa. Quella sera, però, aveva un gruppo di studio importantissimo per un esame imminente. 
'Elena, ti spiace se stasera chiudi tu la cassa? Devo proprio tornare al campus e studiare fino a svenire sul libro!' mi chiese Chan. 
'Nessun problema, tanto non ho nulla da fare e con questo tempo non se ne parla di muovermi' lo rassicurai. 
La porta canticchiò quando Chan uscì; l' acchiappasogni appeso sopra l' apertura si mosse ancora per un po' poi calò il silenzio. La pioggia non accennava a calmarsi e io avevo davanti a me ancora due ore buone di solitudine. Iniziai a spolverare le tazze colorate; a rassettare i cucchiaini di plastica trasparente; sistemai le riviste sui tavolini bassi in mezzo ai divani. In sottofondo la musica del mio I-pod. I Goo Goo Dols cantavano un pezzo famoso del quale, però, non ricordavo il nome. Quando mancavano meno di quindici minuti alla chiusura spensi le macchine del caffé e feci raffreddare l' acqua nei bollitori. Non era entrato un cane per quasi due ore e ormai fuori era buio pesto. Il temporale, con tanto di goccioloni di grandine grandi come sassi , aveva lasciato il posto ad una pioggia copiosa e battente ma non più spaventosa. Il locale luccicava: avevo pulito da cima a fondo. Stare da sola mi spaventava ancora, se non ero impegnata in qualcosa di pratico, rischiavo di fermarmi a pensare e quello voleva dire solo una cosa: lacrime. Un sacco di lacrime. 
Guardai l' orologio, erano finalmente le nove. Potevo tornare a casa e farmi una lunga doccia. Se avevo fortuna, e le altre ragazze non avevano consumato tutta l' acqua come al solito, potevo farla addirittura calda. 
Sentii l' acchiappasogni scricchiolare e annunciai a chiunque fosse entrato che eravamo chiusi. 
'Solo un caffé' supplicò una voce calda ma stanca. 
'Mi dispiace, ho spento tutte le macchine e l' aqua nei bollitori è già fredda' mi giustificai. Il mio inglese migliorava di giorno in giorno ma la mia pronuncia tradiva ancora la mia cittadinanza. Quando mi girari lo vidi per la prima volta. Era in piedi di fronte a me, bagnato fradicio. Aveva i capelli castano scuro, che bagnati sembravano corvini, scombinati sulla fronte. Sui grandi occhiali di tartaruga si erano posate un centinaio di piccole goccioline. Indossava un piumino blu dal quale sbucavano un paio di jeans inscuriti dalle chiazze d' acqua. 
'Gesù, ti prenderai un accidente' dissi a voce alta e in italiano senza pensarci. 
'Sei italiana?' chiese lui sorpreso. 
Diavolo, pensai, ma come l' avrà capito? 
'Si, ma... Come hai fatto a capirlo? Il mio americano è davvero così pessimo?' domandai arrossendo. 
Lui mi guardò storto, come se lo stessi prendendo in giro. Poi, vedendo che aspettavo una spiegazione, mi fece notare che avevo appena esclamato che rischiava un malanno in italiano. Ridemmo insieme della mia sbadataggine. 
E quella fu la prima volta in cui risi davvero. Dopo settimane, mesi, di angoscia e di espressioni tirate, sul mio viso si incurvò un sorriso sincero che presto si trasformò in una risata liberatoria. 
'Ho un' ora libera prima di dovermi sorbire un turno estenuante che durerà dalle venti alle trenta ore. Non ti faccio un po' di pena?' chiese lui quando smettemmo di ridere. 'Ho davvero bisogno di un caffè. Bello forte, tra l' altro. Ci vorrebbe un espresso italiano ma so bene che quello sarebbe pretendere troppo. L' altro giorno ne ho ordinato uno in un piccolo bar vicino l' ospedale. Il barista mi aveva assicurato che il loro era un vero espresso, ristretto e con tanto di schiumetta chiara. Quando mi ha messo davanti la tazza, Cristo ma quale italiano sano di mente servirebbe mai un espresso in una tazza da Thé?, e ho visto quel litro abbondante di liquido marroncino m'è venuto il voltastomaco'
Riaccesi le macchine del caffè e mi lasciai andare alla bellezza di quella voce. Si lamentò un po' del tempo avendo vissuto in California nei tre anni precedenti per la specializzazione. Poi si lamentò del troppo lavoro e ancora del cibo. Poi si scusò, dicendo che in realtà lui non si lamentava così tanto normalmente.
'Che cosa fai, quindi?' chiesi mentre gli versavo una generosa sorsata di caffé nella tazza arancione che gli avevo messo davanti. 
'E' molto semplice: io aggiusto cuori infranti' disse serio. 
A quelle parole alzai gli occhi al cielo sentendoli pizzicare ai bordi. Subito le lacrime si presentarono a quel ragazzo tanto gentile che sbiancò vedendomi piangere. 
Allora non potevo saperlo, ma fu quello che realmente fece con me: aggiustò il mio cuore in pezzi. 

Mi asciugo gli occhi sul fazzolettino di carta che mi porge Giorgio. Le sue mani curate e leggermente abbronzata scintillano a contatto con la carta candida. 
'Ti va di tornare a New York? Per il viaggio di nozze, intendo' gli domando. La voce impastata di stanchezza, emozioni e lacrime. L' improvvisa voglia di tornare dove tutto è cominciato, in quel bar dove sono stata così bene, è come un' illuminazione. Non abbiamo bisgono di una spiaggia con la sabbia bianca e l' acqua trasparente ne di un avventuroso safari in Sudan. Per il nostro viaggio di nozze dobbiamo tornare nel posto in cui siamo stati per la prima volta noi
Lui mi fissa un momento, sono certa che mi stia leggendo nel pensiero e che abbia capito perché è l' unico posto dove dobbiamo andare. 
'Prenoto i biglietti domani mattina' mi sorride. 
Non parliamo di quello che è successo poche ore fa, non ne vale la pena. Lui ha riconosciuto il mio pianto e sa che c' entra Ettore ma sa anche che gli racconterò tutto, un giorno o l' altro, quando ne avrò voglia. Non ha di che preoccuparsi. 
Mi fa alzare e mi trascina in camera da letto. Improvvisamente sento addosso tutta la stanchezza della notte insonne e provo tenerezza per il mio uomo che deve affrontare una giornata massacrante in ospedale e, nonostante ciò, mi guarda mentre mi dispero per un passato che vorrebbe tornare a forza nel presente. 
Mi abbassa lentamente la cerniera del vestito verde ormai spiegazzato e comincia a disegnare con la lingua sulla mia schiena. Sta marcando il territorio e lo fa divinamente. Mi abbandono ai suoi baci e alle sue carezze e in un attimo sono sotto di lui, sul letto, mentre lui entra dolcemente dentro di me. 
'Tu sei mia, Elena' mi sussurra mentre facciamo l' amore. Mi lascio andare alle sue parole vibrando di piacere per la certezza che mai e poi mai Giorgio mi permetterebbe di piangere. 
Ci addormentiamo nudi e appagati in quella che presto diventerà anche la mia stanza da letto. Nella nostra casa. Tra le braccia del mio futuro marito. 

Continua...


19 commenti:

  1. Futuro marito? Bah, speriamo proprio di no!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Al matrimonio mancano ancora parecchi mesi, tutto può succedere ;)
      Robi

      Elimina
  2. Si ma così uffa.
    Fammi tifare per una volta per il cattivo dai dai.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Tifa, tifa... Che Ettore non è cattivo :D
      Robi

      Elimina
  3. io per una volta, tifo per il buono.
    ma esistono davvero i "giorgio"?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Esistono eccome. E sono molti di più di quanto noi non vogliamo ammettere. Il problema è che la donna è portata per natura a complicarsi la vita e a scegliere sempre quelli più sbagliati.
      Robi

      Elimina
  4. Ti ho trovata x caso, ma mi hai catturata!!! Complimenti, io tufo per quel fesso di Giorgio, non si puo' essere perbene e precisi e poi vedersi fregare da un gaglioffo qualsiasi!!! Resisti dotto'!
    Monica

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Monica, benvenuta su Robilandia!!
      Fa un po' la figura del fesso, effettivamente, ma le donne fanno questo effetto :D
      Robi

      Elimina
  5. Io tifo per Giorgio.
    Echecats!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ha fascino, è innegabile, però.......
      Robi

      Elimina
  6. ecco io sono indecisa...Giorgio sembra troppo perfetto...e Ettore troppo sbagliato....qui gatta ci cova :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La verità è che Giorgio non vuole perderla. Ma io non vi ho detto nulla, eh...
      Robi

      Elimina
  7. io tengo per Giorgio...ma si possono fare i cori contro l'altra tifoseria? ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Certo. Chi non salta per Ettore è, è. :D
      Robi

      Elimina
  8. Mhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh.
    Sta a vedere che Giorgio è lo stronzo.

    RispondiElimina
  9. Oddio *_* ....letto tutto d'un fiato!
    Adesso sono curiosa di vedere come continua però :-S



    Con affetto,Mia

    RispondiElimina
  10. No dai, Giorgio non può essere stronzo.
    Poi te Robi parlavi bene anche di Davide che a me sta ancora qua! ahahah

    RispondiElimina

Dimmi la tua!