martedì 31 gennaio 2012

45 giorni a Vogue #Chapter 25



“E quindi quando pensi di tornare in Italia, Filippa?” chiede mia madre spazientita per la centesima volta. 
“Mamma non lo so ancora. Oggi pomeriggio riuscirò a darti notizie più certe”. Le mie risposte sono vaghe da due settimane a questa parte. Le ho detto che mi hanno chiesto di seguire un evento importante in città ma, in realtà, aspetto solo il via libera del dottor Clarckson che dovrei incontrare tra poche ore. 
“Filippa, fino a prova contraria, anche a New York è il 23 dicembre. E di solito si è a casa, con la propria famiglia, alla vigilia della vigilia di Natale” ribatte piccata mia madre. 
“Farò il possibile per rientrare in tempo. Mamma sai quanto è importante per me quello che sto facendo” mi giustifico. Odio mentirle. In maniera così spudorata, intendo. 
“Qui sono le sette del pomeriggio. Prima di andare a dormire ti chiamo un’ altra volta e ti auguro che per quell’ ora tu sia in grado di darmi l’ orario del tuo volo di rientro signorina” 
“Lo spero anche io. A dopo”.
Chiudo la conversazione prima che possa aggiungere altro. Ormai non fa altro che chiamarmi, a qualsiasi ora del giorno e della notte, dato che non si è ancora capacitata del fuso orario, per chiedermi a che ora siederò a tavola con loro e la mia immensa famiglia la sera della vigilia. 
“Era ancora tua madre?” chiede Enrico divertito raggiungendomi della saletta d’ ingresso della nostra stanza d’ albergo. 
“E chi altri. Sei pronto per andare? Il dottor Clarckson ci aspetta tra meno di un’ ora e con il traffico dell’ ora di punta rischiamo di fare tardi” 
Enrico mi aiuta ad infilare il cappotto lungo il braccio destro che mi fa meno male ogni giorno che passa se non mi avventuro in movimenti bruschi o troppo articolati. 
“Dopo potremmo passare sulla Quinta a prendere qualche regalo di Natale” propongo. 
“Non hai proprio voglia di tornare a Milano?” chiede Enrico. Gli sorrido, lui mi bacia la fronte. Apre la porta della camera e mi lascia passare da perfetto gentiluomo. 
La città ci scorre accanto addobbata a festa. Il crepuscolo è sceso come un velo sulle punte illuminate dei grattacieli, dell’ Empire State Building e del Crysler Building. Le insegne degli hotel sono illuminate da lucine colorate e piccoli Babbo Natale si arrampicano per le vetrine dei negozi. 
Perfino i manichini delle boutique indossano buffi cappellini natalizi. 
Il viale che conduce all’ ingresso dell’ ospedale è definito da bassi abeti addobbati con palle variopinte. 
Il tassista arresta la macchina di fronte le porte scorrevoli dell’ edificio. Enrico gli allunga una banconota da cinquanta dollari e gli dice di tenere pure il resto di quattro dollari. A New York la mancia ai tassisti è dovuta: ci rimangono assurdamente male se chiedi il resto. 
Mi incappuccio per bene ed esco dall’ abitacolo caldo della macchina. A passi svelti copro il percorso fino alla porta seguita da Enrico che mi tiene premurosamente una mano sulla schiena. Le strade sono totalmente ghiacciate che si scivola come se si camminasse su una distesa di sapone. 
Ci avviciniamo all’ accettazione e bussiamo al campanello per attirare l’ attenzione dell’ infermiera. La donna paurosamente grassa vestita di rosa chiaro dietro il vetro alza la testa e ci guarda come se avessimo appena interrotto l’ istante più importante della sua vita. What?” chiede seccata. 
“Abbiamo un appuntamento con il dottor Clarckson” le dico sfoggiando il mio inglese. 
“Compili questo modulo e lo porti al dodicesimo piano, scala C. Li pagherà la visita e successivamente il dottore la riceverà. Buona serata”. Ci porge una pila di fogli e chiude l’ interfono. La saluto con un cenno della testa e mi avvio agli ascensori, Enrico è accanto a me. 
Saliamo al dodicesimo e seguiamo tutte le istruzioni dateci dall’ infermiera all’ accettazione. Dopo più di un’ ora d’ attesa e una strisciata di carta di credito da treccentosedici dollari e venti cent. finalmente ci chiamano per entrare.
“Signorina Torre, che piacere rivederla” dice sorridendo il dottore. E’ ancora più abbronzato e striato di biondo di quanto me lo ricordassi. “E’ pronta a togliere il tutore e le bende?” mi chiede gentile. 
Mi fa accomodare su un lettino e un’ infermiera mi aiuta a sfilare il maglione, la camicia, la maglia di cotone e la canottiera e, infine, la bretella del reggiseno comprato da Victoria’ s Secrets. Ero infagottata come un sandwich: qui si gela. 
Il dottor Clarckson -aiutato da uno specializzando che, se è possibile, è ancora più abbronzato di lui- taglia le garze e ed esamina la striscia di pelle cicatrizzata. Una serpentina di carne e filo parte dalla spalla e attraversa metà dell’ avanbraccio. 
“Dottore la cicatrice rimarrà così per sempre?” chiedo. E’ lunga e di un rosso vivo e intenso.
“Assolutamente no, non si preoccupi. Con il passare degli anni diverrà sempre più chiara fino ad assomigliare al colore naturale della sua pelle. Molto probabilmente in estate, con l’ abbronzatura, la noterà di più ma diverrà talmente sottile che non se ne accorgerà nemmeno” mi tranquillizza il dottore. 
Rimango sotto le sue mani per più di quaranta minuti fino a che non esclama che ha finito e che posso finalmente tornare a casa, a Milano. 
Io ed Enrico lasciamo lo studio del dottor Clarckson e ci avviamo agli ascensori. 
“Domani è la vigilia di Natale. Molto probabilmente non riusciremo a tornare in Italia in tempo per festeggiare con i miei e tua madre è già partita per la Polinesia…” dico. Non completo la frase ed aspetto che afferri il punto del mio discorso. 
“Non ti basto io?” chiede lui. Gli sorrido. “Filippa, so dove vuoi arrivare. Nelle ultime settimane non hai fatto altro che lanciarmi frecciatine. So che vorresti che chiamassi mio padre”
“Dovrebbe essere già in città” lo interrompo.
“Devi capire che lui ha fatto una scelta. Lui ha la sua famiglia e io ho accettato la situazione molto tempo fa” 
“Ma Davide ha detto che…”
“Filippa. Basta.” ringhia. “Davide ha fatto questo. Davide ha detto quello. Perché non riesci ad accettare il fatto che lui non è parte della mia vita?” 
“Come diavolo fa a non essere parte della tua vita? E’ tuo fratello, per l’ amor del cielo. Come siete arrivati a volervi così male? Devi renderti conto che qualunque cosa sia successa è acqua passata!”. Il tono delle nostre voci è sostenuto e parecchie persone si fermano a guardarci: siamo in una stanza piena di americani e noi stiamo urlando in italiano. 
Le porte dell’ ascensore si aprono davanti a noi e lui sgattaiola dentro inferocito. Non dice più una parola per tutto il pomeriggio. 



“I negozi saranno aperti fino alle undici questa sera, ti va di andare a fare un giro?” chiedo ad Enrico. E’ seduto alla scrivania di fronte il letto nella nostra camera d’ albergo e sta post producendo alcune fotografie. “Vai tu” dice senza alzare gli occhi dallo schermo. 
“Sei ancora arrabbiato?” 
“Si” risponde. Sulle sue labbra, però, si disegna il principio di un sorriso.
“Metto gli stivali e andiamo. Prendi le giacche” 
“Ti amo Filippa, scusami per la scenata di prima” 
“Non è niente. Molto probabilmente hai ragione tu: non devo intromettermi in questioni che non sono affar mio” 
“Non dire così. Vorrei poterti spiegare la mia rabbia ma è talmente parte di me che non riesco a trovare le parole. Ho faticato anni per creare dei compartimenti stagni tra me e le persone che compongono la mia famiglia. Mio padre, come Davide del resto, hanno scelto di andarsene: che motivo ho di corrergli dietro?”
Mi siedo sul bordo del letto e gli prendo le mani. Voglio chiedergli una cosa che mi frulla in testa dalla mattina in cui me lo sono ritrovato accanto in ospedale. “Perché non mi hai chiesto nulla della notte dell’ incidente? Non una parola o un accenno in queste due settimane in cui siamo stati qui. Cosa pensi che sia successo?” 
I muscoli della mascella si irrigidiscono sotto il peso delle parole che gli muoiono in gola. I suoi occhi si velano di incertezza. 
“Cosa volevi che ti chiedessi?” dice lui dopo un momento di pausa. 
“Qualunque cosa. Non hai mai accennato alla cosa, possibile che non ti importi il perché fossi con tuo fratello? Non hai mai avuto il dubbio che fosse successo…”
“Non lo dire Filippa” mi interrompe. Mi lascia le mani e si alza. Si liscia la camicia di flanella sugli addominali ed inspira rumorosamente. “Ci ho pensato ogni singolo istante in queste settimane. Ho lasciato che il tarlo della gelosia mi tormentasse e mi lacerasse l’ anima ma non gli ho permesso che si mettesse tra di noi” asserisce; la sua voce è incolore.
“Pensi davvero che potrei andare con tuo fratello?” 
“Sinceramente Filippa ho pensato anche quello. Ho pensato di tutto. Ho fatto un milione di congetture ma nessuna valida. Non riesco a spiegarmi che diavolo ci facevi in macchina con Davide” 
“Perché non me l’ hai chiesto?”
“Perché non ero sicuro di voler sentire la risposta” ammette. 
“Stavamo andando a cena. E non era la prima volta…”. Gli racconto della cena in Svizzera e del fatto che me lo fossi trovato agli arrivi dell’ aeroporto. 
“Mi ha raccontato quello che è successo tra di voi quando eravate due ragazzini e della nuova moglie di tuo padre” 
Enrico mi fissa. “Avevo ragione a non voler sapere” 
“Non essere sciocco. Non ho bisogno di tradirti se è questo che pensi: non starei con te se avessi la necessità di andare con un altro, non sono quel tipo di persona” 
“Non mi ha mai sfiorato l’ idea che tu potessi tradirmi, non fisicamente almeno. Ma io conosco mio fratello; conosco i suoi giochetti. E’ bravo a tenere in pugno le persone, a farle ballare come marionette appese a fili invisibili che solo lui può manovrare. In questo è tale e quale ad Anita” 
Devo riconoscere che ha ragione. Davide, come Anita, sa quali corde toccare per far suonare la melodia che più gli aggrada ma non ho mai avuto la sensazione che volesse male a suo fratello. 
“Enrico tu non hai nulla di cui preoccuparti. Ma questa guerra deve finire. E’ assurdo che tu ti sia croggiolato nell’ incertezza perché avevi paura di chiedermi cosa fosse successo”
“Filippa io non ti costringerò mai a stare con me”
“Di solito è così che funziona. Due persone stanno insieme perché si scelgono, ogni giorno. Ogni mattina si alzano e decidono di volersi ancora. E io ti voglio. Non so cosa succederà domani ma ieri e fino ad oggi io ho scelto te. Devi sentirti libero di dirmi tutto, di chiedermi tutto o non andiamo da nessuna parte” 
“E’ la prima volta che mi sento così in più di trent’ anni. Delle volte mi ritrovo a fissarti mentre dormi, nel cuore della notte, e mi sento quasi soffocare dalle emozioni. In senso buono, ovviamente. Ti guardo e penso a tutto quello che voglio fare con te, a quello che voglio dirti appena sei sveglia. Voglio vedere le tue emozioni riflesse del grigio dei tuoi occhi. Voglio sapere cosa pensi delle mie foto ed è assurdo per me: non mi è mai importato il parere di nessuno”
“Enrico questo è semplicemente essere innamorati”
Mi prende per il braccio dolorante e mi accompagna piano a letto. Le sue mani scivolano sotto i vestiti: l’ astinenza è stata insopportabile.


Usciamo nel gelo della sera: la Fifth Avenue si estende per chilometri davanti a noi. Le vetrine delle boutique sono illuminate a festa. Il cielo è talmente denso che sembra toccare le punte dei palazzi più alti. 
“Entriamo da Tiffany? Voglio prendere uno di quei ciondoli porta fortuna a Claudia” dico ad Enrico quando arriviamo di fronte le austere vetrine di una delle gioiellerie più famose al mondo.
“Certo”. 
Attraversiamo la larga strada in mezzo ad una folla di gente che corre frenetica con le mani colme di pacchetti. Passiamo oltre le porte girevoli e ci affacciamo nella stanza illuminata. File parallele di vetrine addobbate con nastrini dell' inconfondibile celeste adagiati su fiocchi di neve si aprono davanti a noi. 
Ci avviciniamo a quella che ci interessa e una commessa con i capelli tirati in una stretta coda ci chiede di cosa abbiamo bisogno. 
“Enrico! Sei proprio tu?” dice una voce alle nostre spalle. Ci giriamo contemporaneamente spinti dalla curiosità. 
Il volto di Enrico diventa di pietra quando i suoi occhi incontrano quelli celesti di una donna sulla cinquantina dai capelli platino raccolti dentro un cappello di lana grigia.
“Saranno secoli che non ti vedo, se avessimo saputo che anche tu eri in città…” lascia cadere il discorso e ci riserva un sorriso caldo. La fisso per un secondo interminabile. “Io, sono Ina, la… La moglie di… Ina Carrisi” tentenna porgendomi la mano. 
“Filippa Torre” le rispondo. Enrico è una maschera di cera, pallido come un lenzuolo. Una pallida maschera muta. 
Ho come la sensazione che quella del pomeriggio non sarà l’ ultima volta che parleremo della sua famiglia. Inizio quasi a credere che Enrico avesse ragione quando diceva che questo incidente è un segno del destino. 


Continua…
P.S.: Cliccando QUI trovate la lista aggiornata di tutti i capitoli già usciti. 


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45 giorni a Vogue by Robi Landia is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non opere derivate 3.0 Italia License.
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11 commenti:

  1. Risposte
    1. :D Ma quell' Enrico mica è ben disposto... Che guastafeste!
      Robi

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  2. *_________________*
    Magnifico capitolo!

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    1. Grazie mille!! Anche se il mio preferito rimane quello di Davide, il 23° :D
      Robi

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  3. aaaaaah! Ho preparato una tisana apposta per godermi questo capitolo! :D La tua Robifiction è TOP! A quando il prossimo appuntamento?

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    1. Spero presto!! Certe volte io stessa mi chiedo cosa succederà :D
      Robi

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  4. Robi Robi.. Dove hai lasciato quel figo di Davide???? Eneheh.. Non ci scapperà mica il natale in fam.Carrisi, eh?
    Baci, Fede

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    1. Fede io lo spero ma Enrico non sembra tanto ben disposto: deve fare sempre il guastafeste!
      Robi

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  5. ohhhhhhhh evviva!!! volevo proprio conoscere la famosa Ina!!! ;)

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    1. A me sembra una brava persona!!! :D
      Robi

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  6. wah, romanzo a puntate: devo recuperare i capitoli precedenti ora!!:)

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