lunedì 26 settembre 2011

45 giorni a Vogue #Chapter 1


Dannazione. Uno stage ottenuto per chissà quale grazia divina. Quarantacinque giorni di lavoro continuato in Paradiso. A Vogue: la Bibbia della moda. E mi viene la febbre? Durante quei quarantacinque giorni? Da quanto non mi veniva la febbre? Tre anni forse? C' è da dire che la febbre mi viene sempre nei momenti meno opportuni, tipo il giorno prima della laurea, e che quando arriva rade al suolo le mie difese immunitarie con la stessa efficacia della bomba atomica su Pearl Harbor, ma ora proprio non ci voleva. Ho solo quarantacinque brevissimi giorni a Vogue e tre di questi li ho già sprecati stando a casa a vomitare, con la temperatura che non vuole scendere sotto i trentotto e mezzo. Dannazione. Dannatissima dannazione.
Sono passati dodici giorni da quando ho cominciato a lavorare li. Voglio diventare editor in un giornale di moda da prima ancora di sapere leggere e scrivere. Non serve leggere e scrivere quando puoi cibarti di quelle foto. Quando la tua mente può viaggiare al ritmo dei tacchi sulla passerella. Quando i tuoi occhi possono godere della bellezza incotrastata di un abito di couture. La magrezza di quei corpi esili fa si che vengno sospinti dal vento del buon gusto. Non c' era ragione di preoccuparsi: non sarebbero cadute, nulla di male può succederti la sopra.
Ma io ho la febbre! Da tre dannatissimi giorni. Dannazione. Ho provato di tutto. Ho chiesto alla mia coinquilina di usare dei rimedi al limite della legalità qualora fosse servito a farmi stare lontana dal bagno per alemo otto ore. Arianna, la mia coinquilina a Milano, studia medicina, dannatissima lei, e nonostante questo io ho ancora la febbre. Dannatissimi medici. Nulla é servito. Arianna continua a rassicurarmi che il virus concluderà il suo corso entro due giorni. "Ci vogliono cinque giorni affinché tu possa rimetterti. Mettiti l' anima in pace!" continua a ripetermi. "Cinque giorni in un mese e mezzo sono un' eternità" le gridavo, ma sembrava non capire.
Andare a lavoro in queste condizioni é fuori discussione. Sono un idrante di vomito. Starnutisco batteri in maniera alquanto disgustosa perfino per me stessa. La mia fronte scotta e il mio equilibrio interno non é affidabile quanto avrei sperato.
Dannazione. L' ho già detto? Beh, dannazione dannazione dannazione.
Il citofono borbotta interrompendo il mio delirio. Chi diavolo può essere? Arianna ha le chiavi, io sono a casa. A conti fatti tutti gli abitanti dell' appartamento 18 al trentadue di Viale Monterosa non hanno bisogno di citofonare ed io, di certo, non aspetto nessuno.



Mi alzo a fatica dal divano sul quale sosto, lamentandomi del tempo perso da tre giorni, avvolta nel mio enorme accappatoio di spugna fucsia, e mi trascino verso il citofono.
"Chi è?" chiedo. Attendo un risposta per un paio di secondi prima di ripetermi. "Chi è?" chiedo nuovamente alzando di un tono la voce per quanto la mia gola in fiamme me lo permette. Nessuna risposta.
Il ronzio del campanello fuori dalla porta di ingresso mi fa sobbalzare. Dannazione. Appoggio stancamente la mano sulla maniglia e tiro la porta verso di me. Quel gesto mi costa una fatica immensa: tutte le articolazioni del mio corpo gridano pietà e mi implorano di tornare al calduccio sotto le coperte.
Cristo santissimo. Ma che ci fa il figlio del capo fuori dalla porta del mio appartamento? E' venuto al licenziarmi? Ma ho la febbre! Non si licenzia un poveretta con la febbre! Aspetta, ma lui non può licenziarmi. Non può, vero?
"Filippa, buon pomeriggio" fa lui cordiale. Tiene in mano un sacchetto di carta che deve contenere qualcosa di estremamente caldo o estremamente unto dato che iniziano a formarsi strane chiazze umidiccie sulla carta dell' involucro.
"Enrico, qual buon bento" mi esce.
"Sono passato in redazione tre giorni fa e non ti ho visto. Ieri mi hanno detto che non stavi bene. Stamattina non eri ancora tornata e ho pensato che fosse qualcosa di serio. Mi sono fatto dare il tuo indirizzo da una delle addette alle assunzioni, per la cronaca ho dovuto mettere in atto un cortegiamento sfacciato per farle superare la barriera della privacy, ed eccomi qui. Ho portato una tisana di quel bar biologico vicino la redazione: so che tutte voi ragazze ne andate matte!" spiega sventolandomi il sacchetto sotto il naso chiuso. E meno male che è chiuso: ogni minimo accenno di odore di cibo mi fa correre in bagno!
Da quando ho iniziato il mio stage ho scambiato si e no dieci parole con quel ragazzo. L' ho visto gironzolare per la redazione parecchie volte ed è capitato che mi chiedesse come stavo al bar sotto l' ufficio. Ma non c' è nessun tipo di confidenza tra noi. Lui è un fotografo e l' ho visto all' opera ma sono rimasta in disparte tutto il tempo, mimetizzandomi con le pareti il più possibile, mentre lavorava. Lo fisso stranita.
"Grazie". Insomma ringraziare è cortesia, no?
"Posso entrare?" dice scansandomi e attraversando la porta di ingresso.
"Brego" faccio ironica dopo che lui ha già trovato il soggiorno.
Lo seguo lungo il corridoio soffermandomi solo un momento a fissare la mia immagine sullo specchio appeso. Mi escono gli occhi dalle orbite. Il mio naso é rosso come quello delle renne di Babbo Natale e screpolato. Ho gli occhi incavati e perfettamente cerchiati da nitide occhiaie nere. I capelli raccolti in una crocchia spettinata ma, grazie a cielo, puliti. Il viso, bianco come un lenzuolo, è punteggiato da piccoli foruncoletti color fragola dovuti al vomito (me l' ha spiegato Arianna). Santiddio, sono uno straccio. Poco importa: non posso fare proprio nulla per migliorare la mia situazione al limite del disastroso.
Entro in soggiorno e trovo Enrico perfettamente a suo agio sulla poltrona di fianco al mio talamo di dolore (il divano) coperto di fazzolettini sporchi e resti di blister di pillore varie.
"Cosa guardavi?" chiede lui pacifico indicando la televisione. Si comporta come se fossimo amici da una vita e fosse perfettamente normale, per lui, essere a casa mia, seduto sulla poltrona del mio soggiorno.
"Una serie tv abericana su un gruppo di teen ager cribinali" asserisco.
"Sembra interessante" risponde serio.
"Avrei breferito essere a laboro" oddio quando parlo sembro un tunisino che cerca di esprimersi in italiano.
"Ma dai... Davvero?" sembra realmente sorpreso il pazzo.
Certo che davvero, vorrei urlargli, davvero davvero davvero. Ho sgobbato come una matta per farmi notare da tua madre. Ho raccolto vestiti e li ho catalogati per intere nottate. Ho fatto cenni reverenziali d' assenzo ad ogni stronzata che mi veniva propinata. Ho eseguito gli ordini con la perseveranza di uno stalker pur di ottere questo stage. Avrei voluto dirgli tante altre cose ma mi limito a fare un cenno d' assenso con la testa.
"Io ho sempre adorato quando mi veniva l' influenza di stagione. Ti confesso che sono sempre stato un tantino cagionevole quindi non era una cosa rara. I miei genitori e mia nonna paterna mi coccolavano come un principino e potevo mangiare ogni genere di schifezze e vedere la tv fino a quando volevo" sembra su di giri ripensandoci.
"Io ho sembre potuto fare queste cose e sobratutto ho sgobbato da matti per questa opportunità a Vogue e me la sto berdendo" dico rassegnata.
"Immagino che non sia facile. Ho conosciuto un sacco di ragazze che mi puntavano solo per arrivare a mia madre. Erano disposte a tutto pur di fare anche soltanto un giro a Vogue. Io vivo in questo ambiente praticamente da sempre: mia madre dirige Vogue da venticinque anni e io ne ho trentuno. Il mio anno è sempre stato scandito dai suoi impegni e non ti nascondo che molte volte sono stato geloso del suo lavoro: è sempre venuto prima di me e di mio padre tant' è vero che lui l' ha lasciata e si è sposato con un' altra donna nel giro di un anno. Quando avevo vent' anni decisi di andarmene a Londra a studiare fotografia. Fu quasi una scelta obbligata, non potevo rimanere qui ed essere sempre e solo il figlio di Anita Lozzani"
"C' è gente che pagherebbe ber essere al tuo posto" mi scappa.
"Ma io sono bravo davvero. Le mie foto sono eccezionali, dannazione!"
Si è inalberato? Non gli ho mica detto che era figlio di una... ok Filippa, nessun volgarismo, per carità.
"Nessuno lo mette in dubbio ma credo che il cognome di tua madre te le abra le borte piuttosto che chiudertele. Ci sono persone che, pur essendo brave non riescono ad emergere mai"
"Non dico questo ma vedi Filippa, tu adesso vaneggi che preferiresti essere a lavoro piuttosto che a casa a bearti nella nullafacenza perché sai che quel posto di stagista te lo sei guadagnata perché sei brava, perché molto probabilmente c' è qualcuno a Vogue che crede che tu possa avere un futuro all' interno della rivista. Io sono stato il fotografo di moltissime campagne pubblicitarie, sospetto, solo perché sono il figlio del temutissimo direttore!"
"Il fine giustifica i bezzi?" azzardo.
Mi lancia uno sguardo torvo ed allo stesso tempo divertito. E' piacevole parlare con lui: è sveglio e attento ed allo stesso tempo molto dolce. La coversazione continua su quel tono ancora per un' abbondante mezz' ora quando mi torna in mente che io praticamente non lo conosco, che è il figlio del mio terribile capo e che non ho nessuna idea del perché si trovi in casa mia. Come se non bastasse l' effetto della Tachipirina comincia a svanire e la mia testa si fa sempre più pesante.
"Sei rossa come un peperone" osserva Enrico.
"Ho caldo" cerco di mettermi in piedi ma un improvviso giramento di testa mi fa cadere come un peso morto su divano.
"Filippa tutto bene?"
"E' solo la febbre che risale quando svanisce l' effetto della Tachipirina. Ti dispiace prendere la confezione che c' è sul piano della cucina? Non ho la forza di alzarmi"
"Certo" dice alzandosi. Ritorna dopo pochi secondi con in mano un bicchiere colmo d' acqua che frizza. "Se preferisci riposare vado via" conclude.
"Perché sei benuto?" chiedo finalmente.
"Te l' ho detto, non ti ho vista in redazione per alcuni giorni e volevo sapere come stavi"
"Quando siamo dibentati così amici?"
"Il tuo tono è ostile"
"Ma quale ostile. Solo non mi aspettavo questa bisita..." mi giustifico. La pastiglia effervescente si è sciolta completamente nell' acqua ed inizio a sorseggiarla.
"Diciamo che è da un po' che ti ho notato in giro. Sei sempre così... distante quando lavori. Non so come spiegartelo. Quando sei in redazione sembra che per la testa non ti passi altro, giri come una trottola e cerchi di far tutto al meglio. Ho provato ad agganciarti al bar del palazzo ma anche in quelle occasioni, tendenzialmente più rilassate, eri costantemente in fuga come se il terrerno sotto i piedi ti bruciasse"
Sono un tantino confusa, ma dove vuole arrivare? Non mi chiederà di uscire, vero? Oddio, no! Non può farlo... Che cosa potrebbero pensare gli altri? Che abbordo il figlio del capo per otterene il posto? Degli otto stagisti come me che sono stati assunti per quarantacinque giorni avranno un contratto per un anno solo in due e io non posso lasciarmi sfuggire quest' occasione per un paio di occhi verdi e un sedere da urlo.
"Devo impegnarmi se voglio ottenere il lavoro"
"Esiste spazio per altro oltre il lavoro?". Oh, ma allora è scemo!
"No. Non in questo bomento" dico, meglio essere chiari.
Enrico lascia la poltrona e si viene su divano nello spazio libero lasciato dai miei piedi rannicchiati sotto il sedere.
"Non so cosa mi sia preso quando non ti ho vista il primo giorno a lavoro. Ho chiesto in giro per sapere se il tuo stage fosse finito ma mi hanno detto di no. Quando anche il secondo giorno non ti sei presentata ero turbato. Non mi era mai capitato, mi sentivo sperduto in quegli uffici che sono praticamente casa mia. Stamattina non ti nego che stavo dando di matto. In questi dodici giorni mi ero abituato alla tua presenza silenziosa. Emani una luce particolare quando lavori. L' altro giorno, al servizio per gli abiti rossi, sentivo la tua presenza sulla pelle".
Sento la chiave girare nella serratura. Dev' essere Arianna. Grazie a Dio. E' meglio che Enrico se ne vada. Filippa ricordati che tu vuoi quel posto, tu vuoi quel posto, tu vuoi... oh... Avete visto la fossetta che gli si forma quando sorride? Filippa! Smettila...
"Filly sono a casa, ti ho portato una tisana di quel posto sotto la redazione che so che piace tanto a voi modelle" grida mentre la sento armeggiare con l' appendiabiti.
Enrico ghigna. Ma che avranno di tanto speciale 'ste tisane? Che poi, io, in quel posto non ci ho mai manco messo piede.
Arianna entra in soggiorno e rimane di sasso. "Ciao" dice evidentemente sorpresa rivolta a quel dannato strafigo con gli occhi verdi che mi vuole stroncare la carriera sul nascere.
"Ari lui è un collega del giornale. Enrico Arianna, Arianna Enrico" dico facendo le dovute presentazioni. Arianna lo fissa per un istante prima di porgergli la mano.
"Piacere mio" dice cordiale "sei dei nostri a cena?" chiede. La fulmino immediatamente con lo sguardo. E' una congiura? Se è così ditelo!
"Non posso. Stasera c' è la serata per l' Unicef organizzata da Frida Giannini e non posso assolutamente mancare. Ero solo passato a vedere come stava Filippa"
"Ero riuscita a non pensarci per tutto il giorno. Grazie ber avermelo ricordato! Avevo un vestito di Gucci favoloso bronto per stasera" tiro col naso, voglio piangere. E i miei occhi lo sanno dato che non fanno altro che lacrimare (ok, forse è a causa del raffreddore e non del vestito di Gucci).
"Beh, adesso è meglio che vada. Spero di rivederti presto a lavoro" ammicca Enrico. Cristo santo ma non poteva essere un cesso stratosferico? Perché il dannatissimo figlio del capo barra tiranno dev' essere una statua greca di quasi due metri? Dannazione! Era da troppo che non lo dicevo. Dannazione.
Faccio per alzarmi ma lui si china e mi stampa un bacio sulla fronte. "Conosco la strada. Riprenditi presto" dice prima di sparire oltre la porta del soggiorno. Dopo un minuto sento la porta d' ingresso aprirsi e chiudersi: è andato.
Arianna sembra trattenere il fiato e nel momento stesso in cui Enrico non fa più parte dell' arredamento del nostro soggiorno si fionda sul divano vogliosa di sapere.
"Quello è un modello vero? Ma ce l' ha un amico? Ti immagini arrivare in osperale al braccio di uno di questi? Cristo io amo il tuo lavoro!" dice eccitata.
"E' un fotografo ed è..." mi interrompe.
"Beh, ha sbagliato decisamente lato della macchina fotografica. Sorella quello la merita di stare sulle riviste"
"Dillo a sua badre" scherzo. Speriamo che non glielo dica lui a sua madre.
"A chi?"
"A sua BADRE! Quella che mi licenzierà non appena lo sabrà!"
"Non capisco". Voglio un bene immenso ad Arianna ma a volte è proprio tonta.
"Sua madre è il direttore di Vogue, Anita Lozzani. Sua badre è il mio capo!"
"Ohhhh. Oh" Il primo Ohhhh é di stupore, il secondo presagio di dramma.
"Esatto. Finirò a lavorare in una rivista di cucina".
Sospiriamo all' unisono e ci lasciamo andare ai pensieri.
Dannatissimo figlio del capo.

Continua...


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45 giorni a Vogue by Robi Landia is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non opere derivate 3.0 Italia License.
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5 commenti:

  1. Bello! Ben scritto e divertente, brava!!!

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  2. Sei il top! tu devi scrivere un libro e io devo comprarne centocinquantamila copie!

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  3. Pazzesco!! Proprio il figlio del capo!

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  4. Ahahhah adorabile! Ne leggerò un caBidolo al giorno :D <3

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